
Il viaggio nel tempo è per me il tema per eccellenza, anzi potrei passare il resto della vita a scrivere solo storie sui viaggi nel tempo (ma non lo farò, state tranquilli!) perché è un campo così ricco, così fertile. Però, chiamo Dio a testimone, non scriverei mai racconti di storia alternativa. Non mi piace. La storia è così complicata, piena di coincidenze, casi fortuiti ed altri mancati di un soffio, eventi strani che nessuno sarebbe riuscito a prevedere, che non credo esisterà mai un modello assoluto della storia. Il problema con la storia alternativa è proprio questo, che non è storia. Più leggo la storia, è più sono portata a credere che esista una sorta di forza guida, perché è piena di eventi mancati per un pelo.
Il mio romanzo parla di un salvataggio, di persone che arrivano e di altre che alla fine non arrivano, di promesse che non possono essere mantenute e di altre promesse mantenute invece a tutti i costi. Spiega come si comporta la gente quando è disperata e come riesca miracolosamente a superare questa situazione d'impotenza e capire la condizione umana. E al tempo stesso, su un altro piano, per me rappresenta davvero la fine del mondo. Mia madre morì quando avevo dodici anni e con lei il mondo finì. Per usare l'espressione di Katherine Ann Porter in Pale Horse, Pale Rider [1939; Bianco cavallo, bianco cavaliere], è come se un coltello avesse tagliato a metà la mia vita. Sono sicura che nel libro c'è anche questo, anzi, forse il libro è proprio tutto qui. Immagino sia questa la ragione per cui a volte mi arrabbio quando qualcuno da me si aspetta che esprima la realtà dell'essere donna. Questi sono gli avvenimenti importanti della mia vita e credo non abbiano la minima relazione con il fatto di essere donna. Ne hanno invece con il fatto di essere stata bambina. E sono queste le storie che ho bisogno di raccontare.
