Doomsday Book è un gigantesco albatross che mi è rimasto appollaiato su una spalla per cinque anni e quando finalmente me ne sono liberata è stato un sollievo. Ho potuto rimettere i piedi per terra. È stata una sensazione stupenda quando ho terminato il libro, non solo perché finalmente era finito, ma perché ero riuscita a raccontare proprio quella storia. Quando si vivono certe esperienze, c'è il desiderio comunicarne gli errori, la bellezza e la gioia. Sono come il Vecchio Marinaio, catturo la gente, sono sempre stata così.

Nel mio prossimo libro, invece, farò l'esatto contrario. Non sarà un seguito, anche se avrà la stessa premessa, il viaggio nel tempo. La commedia per me non è solo qualcosa che fa ridere, che è spiritosa; commedia per me è il lato positivo di tutte le cose. È riconciliazione, unione, comunicazione, il non prendersi troppo sul serio. Proprio questo è il grande problema degli anni novanta: che tutti si prendono troppo sul serio. Perciò voglio scrivere un romanzo profondamente comico e voglio che parli di tutti i lati positivi della vita. Il protagonista, sbalestrato da troppi viaggi avanti e indietro nel tempo, comincia a mostrare segni di depressione e viene mandato per una breve licenza nell'Inghilterra vittoriana, un periodo che si presume tranquillo e riposante, mentre era a tutti gli effetti molto simile al nostro, perché anche lì tutti si prendevano molto, ma molto sul serio: lo spiritualismo, i dibattiti sul darwinismo e altre amenità del genere. E le donne cominciavano ad uscire dal bozzolo nel quale gli uomini erano riusciti a tenerle rinchiuse fino ad allora.



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