Aveva ragione. Il colpo seguente fece precipitare all’interno della casa la pietra colpita dal tronco, aprendo un varco grande quanto la testa di un uomo. Da quel momento i volontari che spingevano l’ariete smisero di prendere la rincorsa: fecero cadere altre pietre muovendo il tronco con le braccia fino a quando l’apertura fu abbastanza estesa da lasciar passare un uomo.

Qualcuno che prima non avevo notato aveva portato diverse torce e un ragazzo corse in una casa vicina per accenderle, quindi vennero consegnate agli uomini armati di giavellotti e di bastone. Rivelando un coraggio maggiore di quello che io avrei attribuito a quei suoi occhi astuti, l’alcalde estrasse dalla camicia una corta roncola e si fece avanti per primo. Noi spettatori ci accalcammo dietro gli uomini armati e io e Jonas, che eravamo nella prima fila dei curiosi, raggiungemmo quasi subito il varco.

L’aria era maleodorante, molto più di quanto avessi immaginato. Dappertutto si vedevano mobili sfasciati, come se Barnoch avesse chiuso a chiave cassetti e armadi prima che arrivassero gli uomini a murargli la casa e quelli avessero dovuto rompere tutto per recuperare il bottino. Su un tavolo zoppo vidi la cera di una candela consumata fino al legno. Alle mie spalle la gente premeva per farci avanzare e io, mi resi conto con stupore, premevo per tenerla indietro.

In fondo alla casa si udì uno scalpiccio, passi affrettati e incerti… un urlo… poi un grido acuto, inumano.

— L’hanno preso! — esclamò qualcuno dietro di me, e sentii che l’annuncio passava di bocca in bocca.

Un uomo piuttosto grasso, probabilmente un contadino, arrivò correndo dall’oscurità con in mano una torcia e un bastone. — Levatevi di mezzo! Indietro, tutti quanti! Lo stanno portando fuori!



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