
Non so che cosa mi aspettassi di vedere… forse un essere abominevole con i capelli aggrovigliati. Invece mi trovai di fronte uno spettro. Barnoch era alto, nonostante fosse curvo e magrissimo, con la pelle talmente pallida che luccicava, come luccica il legno putrefatto. Era glabro, completamente calvo e senza barba; nel pomeriggio mi sarebbe stato detto dai suoi guardiani che aveva preso l’abitudine di strapparsi i peli. La parte più terrificante del suo aspetto erano gli occhi: sporgenti, apparentemente ciechi, scuri come l’ascesso nero della bocca. Quando parlò, avevo la testa voltata dall’altra parte, ma capii che si trattava della sua voce. — Mi libererà! — disse. — Vodalus! Vodalus verrà!
Come avrei voluto, in quell’istante, non essere mai stato imprigionato a mia volta! Quelle parole mi riportarono alla memoria tutti i giorni senz’aria trascorsi nella segreta sotto la Torre di Matachin. Anch’io avevo sognato che Vodalus venisse a liberarmi, avevo sognato una rivoluzione che spazzasse via il fetore animalesco e la degenerazione della nostra epoca per restaurare la grande, magnifica cultura che un tempo era stata il patrimonio di Urth.
E a salvare me non era stato Vodalus né il suo misterioso esercito, bensì il Maestro Palaemon, oltre a Drotte, Roche e i miei pochi altri amici che avevano convinto i confratelli che uccidermi sarebbe stato troppo pericoloso e trascinarmi dinnanzi a un tribunale troppo disonorevole.
Nessuno avrebbe salvato Barnoch. Io, che avrei dovuto essere un suo alleato, lo avrei marchiato, lo avrei straziato alla ruota e infine gli avrei tagliato la testa. Mi sforzai di convincermi che forse aveva agito solo per i soldi, ma proprio in quel momento un oggetto metallico, certamente la punta d’acciaio di un giavellotto, batté contro una pietra e a me sembrò di sentire ancora il tintinnio prodotto dalla moneta regalatami da Vodalus quando l’avevo lasciata cadere nel nascondiglio del mausoleo in rovina.
