
Succede, quando la niente è tanto concentrata in un ricordo, che gli occhi, abbandonati a se stessi, colgano in mezzo a una massa di dettagli un particolare e lo evidenzino con una chiarezza che l’attenzione non è mai in grado di dare. Capitò anche a me. Nella marea in movimento dei volti oltre la porta, ne colsi uno rivolto verso l’alto e rischiarato dal sole. Il volto di Agia.
III
LA TENDA DEL FENOMENO VIVENTE
Quell’istante si cristallizzò come se noi due, e tutti quelli che ci stavano intorno, facessimo parte di un dipinto. Il volto sollevato di Agia, i miei occhi spalancati; rimanemmo così, attorniati dalla folla dei campagnoli con i loro vestiti sgargianti e i fagotti colorati. Poi io mi mossi e lei scomparve. L’avrei raggiunta, se avessi potuto, ma faticai a farmi largo in mezzo ai curiosi e mi ci vollero circa cento battiti del cuore prima di arrivare nel punto in cui l’avevo vista.
Agia era svanita e la gente vorticava e mutava come l’acqua sotto la prua di una barca. Barnoch era stato portato all’aperto e urlava nel vedere il sole. Afferrai per la spalla un minatore e gli urlai una domanda, ma quello non aveva notato la giovane donna che poco prima era vicino a lui e non aveva idea della direzione da lei presa. Mi accodai alle persone che seguivano il prigioniero fino a quando non mi fui accertato che Agia non era fra loro; poi, dal momento che non sapevo cos’altro fare, iniziai a perlustrare tutta la fiera, curiosando nelle tende e nei chioschetti e interrogando le contadine che erano venute a vendere i croccanti pani al cardamomo, e i venditori di carne calda.
Tutto questo, nel momento in cui lo scrivo tracciando adagio un filo di inchiostro scarlatto nella Casa Assoluta, mi appare calmo e addirittura metodico. Ma non corrisponde affatto alla verità dei fatti. Ero affannato e sudato mentre portavo avanti la mia ricerca, gridando domande quasi senza aspettare la risposta.
