IV

IL MAZZO DI ROSE

Quando uscii dalla tenda dell’imbonitore, sollevai lo sguardo verso il sole. L’orizzonte occidentale aveva già raggiunto la metà del cielo ed entro un turno di guardia o anche meno sarebbe giunto il momento di fare la mia apparizione. Agia era scomparsa e ogni speranza di raggiungerla era andata perduta negli istanti frenetici che avevo trascorso correndo da una parte all’altra della fiera; ma nonostante tutto mi consolavano la profezia dell’uomo verde che, secondo la mia interpretazione, significava che io e Agia ci saremmo incontrati un’altra volta prima di morire, e il pensiero che, come aveva assistito all’apertura della casa murata, così sarebbe forse stata presente anche all’esecuzione di Morwenna e del ladro di bestiame.

Queste riflessioni mi tennero occupata la mente durante il ritorno alla locanda. Ma prima di raggiungere la camera che dividevo con Jonas, il ricordo di Thecla e della mia elevazione ad artigiano presero il sopravvento, suscitati dalla necessità di spogliarmi per rivestire la cappa di fuliggine della mia corporazione. Tanto grande era la forza dell’associazione esercitata da quell’abito quando era ancora appeso nella stanza e da Terminus est che era sempre nascosta sotto il materasso.

Quando ancora ero al servizio di Thecla, mi divertivo a prevedere gran parte dei discorsi che avrebbe fatto, specialmente l’inizio, basandomi sul dono che avevo per lei entrando nella sua cella. Se si trattava di qualche pietanza gustosa sottratta in cucina, per esempio, ne nasceva una descrizione dei pranzi nella Casa Assoluta e il genere



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