di cibo che avevo portato rievocava addirittura le caratteristiche del pranzo descritto: in caso di carne, un pranzo di caccia con le grida e i barriti della selvaggina catturata viva che salivano dal recinto del macello, le conversazioni sui bracchetti, i falchi e i leopardi da caccia; in caso di dolci, Thecla raccontava un pranzo privato offerto da una delle grandi castellane per pochi amici, deliziosamente intimo e colorato dai pettegolezzi; in caso di frutti, una festa serale nell’immenso giardino della Casa Assoluta, illuminato da mille torce e animato da giocolieri, attori, ballerini e dai fuochi d’artificio.

Thecla mangiava frequentemente in piedi, camminando avanti e indietro per la cella, e reggeva il piatto con la mano sinistra mentre con l’altra gesticolava. — Così, Severian, zampillano nel cielo e riversano piogge di scintille verdi e violette, mentre quelle marroni rombano come il tuono!

Ma la sua povera mano non poteva mostrarmi in maniera soddisfacente l’ascesa dei razzi, perché il soffitto della cella non era molto più alto di lei.

— Ti sto annoiando. Poco fa, quando mi hai portato le pesche, mi sembravi tanto felice, e adesso hai perso il sorriso. Io invece mi sento bene, qui, nel ricordare queste cose. Come le apprezzerò, quando le potrò rivivere…

Non ero annoiato, logicamente. Ma mi rattristavo nel vedere una donna tanto giovane e bella così rinchiusa…


Quando entrai nella stanza, Jonas stava scoprendo Terminus est. Mi versai una coppa di vino. — Come ti senti? — mi domandò.

— E tu? Per te è la prima volta, in fondo.

Lui scrollò le spalle. — Io devo solo portare l’attrezzatura. Tu l’hai già fatto altre volte? Me lo sto domandando, perché hai un aspetto così giovane.

— Sì, l’ho già fatto, ma mai a una donna.

— Pensi che sia innocente?

Mi stavo levando la camicia; quando ebbi le braccia libere, la usai per asciugarmi la faccia e scossi la testa. — Sono sicuro che non lo sia. Sono andato a parlare con lei, ieri sera… l’hanno incatenata in riva all’acqua. Te l’ho detto.



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