L’alcalde stava ritrovando il controllo di sé e recitò tutto: — Se hai consigli per i figli delle donne, dopo questo non avrai più voce per darli.

Chiaramente, ma abbastanza piano, Morwenna disse: — So che la maggior parte di voi mi crede colpevole. Sono innocente. Non avrei mai compiuto quei gesti orribili che mi avete attribuito.

La folla si avvicinò per ascoltarla.

— In molti possono testimoniare che amavo Stachys e il figlio che lui mi aveva dato.

Una macchia di colore attirò il mio sguardo, neropurpurea nella forte luce del sole di primavera. Si trattava di un mazzo di rose trenodiche, come quelle che si portano ai funerali. La donna che lo teneva era Eusebia, che io avevo incontrato al fiume intenta a tormentare Morwenna. Mentre la fissavo, aspirò il profumo, estatica, quindi si servì degli steli ricoperti di spine per aprirsi un varco fra la folla e arrivare ai piedi del palco. — Queste sono per te, Morwenna. Muori prima che appassiscano.

Colpii il tavolato con la punta smussata della spada per imporre il silenzio. Morwenna disse: — Il sant’uomo che ha letto le preghiere per me e mi ha parlato prima di venire qui mi ha domandato di perdonarvi se avessi raggiunto la beatitudine prima di voi. Fino a questo momento non avevo avuto la possibilità di esaudire una preghiera, ma ora lo faccio. Vi perdono.

Eusebia stava per parlare di nuovo, ma la zittii con un’occhiata. L’uomo sogghignante e senza denti vicino a lei agitò la mano in cenno di saluto e, con un sussulto di sorpresa, riconobbi in lui Hethor.

— Sei pronto? — mi chiese Morwenna. — Io lo sono.

Jonas aveva appena posato sul palco un secchio di carboni ardenti dal quale spuntava quello che doveva essere il manico di un ferro da marchiatura. Ma la sedia mancava ancora. Rivolsi all’alcalde uno sguardo che voleva essere significativo.

Era come fissare un palo. Infine domandai: — Abbiamo una sedia, onorevolissimo?



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