Si trattava di kelau, armati con una fionda dall’impugnatura lunga due cubiti e muniti di una borsa di cuoio dipinto colma di proiettili incendiari. Pochissimi di loro sembravano più vecchi di me, ma le brigandine dorate, le ricche cinture e i foderi dei lunghi pugnali indicavano la loro appartenenza al corpo scelto degli erentarii. La loro canzone non parlava di battaglie o di donne, come la maggior parte dei canti militari: era invece un vero e proprio inno dei frombolieri.

Quand’ero un bambino, mia madre diceva: «Asciuga le lacrime e vattene a letto; io so che mio figlio andrà molto lontano, nato sotto una stella cadente. » Negli anni seguenti, mio padre diceva, colpendomi con sberle e con botte: «Non devi lagnarti, lagnarti per niente, nato sotto una stella cadente. » Un mago conobbi e quel mago mi disse: «Io vedo un futuro per te tutto rosso, di fuoco e sommosse, di lotte e di guerre, nato sotto una stella cadente. » Conobbi un pastore e questi mi disse: «Noi pecore andiamo, guidate alla Porta a cui gli angeli stanno, la Porta dell’Alba, seguendo la stella cadente.»

E così via. Alcune strofe erano enigmatiche, o almeno così mi parevano, mentre altre erano più semplicemente comiche e altre ancora erano state composte con l’unico scopo di far risaltare la cadenza della marcia.

— Sono splendidi, vero? — Il locandiere mi arrivava alle spalle. — Gente del sud… Vedi? Molti di loro hanno i capelli gialli e la pelle chiazzata. Laggiù sono abituati a sopportare il freddo, ed è necessario che lo siano, fra quelle montagne. Comunque, a sentirli cantare viene quasi voglia di unirsi a loro. Quanti pensi che siano, in tutto?



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