
In quel momento comparvero i muli che trasportavano i bagagli e le vettovaglie, carichi di razioni e incitati dai soldati con la punta delle spade. — Duemila. Forse duemilacinquecento.
— Grazie, sieur. Mi piace tenerne il conto. Non puoi immaginare quanti ne ho visti passare di qui. Ma quelli che fanno ritorno sono sempre pochi. Bene, la guerra è così, penso. Io cerco di convincermi che sono ancora là… dove sono andati, intendo dire… ma sia tu che io sappiamo bene che molti non torneranno più. Comunque, a sentirli cantare viene proprio voglia di unirsi a loro.
Gli domandai se avesse qualche notizia della guerra.
— Oh, sì, sieur. Oramai la seguo da anni, anche se la maggior parte delle battaglie non risolvono niente, se capisci cosa voglio dire. Sembra che non si avvicinino mai molto a noi, e che non se ne allontanino mai molto, se è per questo. Io credo che il nostro Autarca e il loro capo scelgano una località per combattere e poi, quando è tutto finito, se ne tornino a casa. Mia moglie, da quella stupida che è, non pensa che si tratti di una vera guerra.
La folla si era richiusa dietro l’ultimo conducente dei muli e si stava infittendo gradatamente. Molti uomini indaffarati montavano chioschi e padiglioni, restringendo la strada e rendendo ancora più folta la calca; le maschere irsute, sulla cima di pali altissimi, parevano spuntare all’improvviso dal terreno come piante.
— E allora secondo tua moglie dove vanno tutti quei soldati? — domandai al locandiere.
— A cercare Vodalus, secondo lei. Come se l’Autarca, le cui mani grondano oro e i cui nemici si prosternano a baciargli le caviglie, potesse occupare l’intero esercito per dare la caccia a quel bandito!
Non udii più nulla, dopo Vodalus.
Farei qualunque cosa per poter diventare come voi, che ogni giorno vi lamentate perché i vostri ricordi impallidiscono. I miei restano sempre vivi come al primo istante e così, non appena li richiamo alla memoria, mi affascinano e mi travolgono.
