Cinquanta persone. Il padre di Dan… e il mio.

— Larry… guarda.

Larry rivolse di nuovo l’attenzione al video. Gli uomini di Controllo Avarie cominciavano a uscire, trascinandosi a fatica, nel corridoio, con le facce sporche e le tute annerite. Le pompe schiumogene e gli altri attrezzi antincendio che si tiravano dietro sembravano pesare tonnellate.

Dal portello non usciva quasi più fumo. L’ultimo uomo che sbucò nel corridoio si slacciò lentamente la maschera, e Larry riconobbe Mort Campbell, grosso e lento nei movimenti, ma sempre sicuro di sé. Aveva quasi trent’anni, ed era stato uno dei più vecchi del suo gruppo.

Poi, impetuosamente, entrò in scena Dan Christopher. Senza una parola, si fece largo tra i primi uomini del Controllo Avarie, con lo sguardo allucinato, la bocca aperta in una smorfia di disperazione.

Al portello, Campbell lo fermò. Dan tentò di schivarlo, ma Campbell lo afferrò per le spalle esili e lo bloccò.

— Non entrare. Non è un bello spettacolo.

— Mio padre…

— Sono tutti morti.

Guardandoli sul video, Larry provò un cedimento dentro. Lo sapevi che era morto, si disse. Ma saperlo con la testa e sentirselo nelle viscere erano due cose completamente diverse.

Avvertiva che tutti i tecnici, da un capo all’altro della lunga fila di consolle, lo stavano guardando, e rimase immobile, con la faccia irrigidita in una maschera di concentrazione, gli occhi fissi allo schermo. Dentro continuava a ripetersi: non l’avevi mai conosciuto. Era stato congelato che tu eri tanto piccolo da non ricordartene neppure. Ma non c’è motivo di farne un dramma. La reazione di Dan fu molto diversa.

— No! — urlò, e divincolandosi si strappò alla morsa di Campbell e penetrò nello spazio sei. Campbell si rimise la maschera e lo seguì.



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