
«Attenzione!» sibilò Tekka. «Ci stiamo avvicinando al loro paese».
«Ma tu…».
«No, io mi fermo qui. Mi ucciderebbero. Basterà che tu prosegua diritta lungo questa galleria, e le troverai. Ora, dammi la lancia».
«Ma…».
«Tu sei al sicuro. È quello il tuo lasciapassare». Diede una lieve pacca a Shrick, che si agitava inquieto. «Su, dammi la lancia, e me ne andrò».
Riluttante, Weena gli consegnò l’arma. Tekka la prese senza dire una parola, poi se ne andò. Per brevi attimi Weena lo scorse alla fioca luce che filtrava in quel punto attraverso la Barriera: un vago profilo che svanì rapidamente nel grigiore. Si sentì smarrita, spaventata. Ma il dado era tratto. Lentamente, con cautela, riprese a strisciare lungo la galleria».
Quando la trovarono, urlò. Per molti battiti di cuore aveva percepito la loro odiosa presenza, aveva sentito che esseri ancora più alieni dei giganti si stavano stringendo intorno a lei. Una o due volte aveva chiamato, gridando che veniva in pace, che era la madre di un Diverso. Ma neppure l’eco le rispose, poiché la galleria, morbida e spugnosa, attutiva il suono acuto della sua voce. E il silenzio che non era silenzio era, se possibile, ancora più minaccioso.
Senza alcun preavviso, il terrore l’aggredì, furtivo. Weena lottò col coraggio della disperazione, ma fu sopraffatta dal numero esorbitante degli assalitori. Shrick, che protestava debolmente, fu strappato alla sua stretta frenetica. Le mani — e certo c’erano troppe mani rispetto al numero dei suoi assalitori — le inchiodarono le braccia sui fianchi, le chiusero le caviglie in una stretta che era una morsa. Incapace ormai di combattere guardò i suoi catturatori. Poi urlò di nuovo. La fioca luce le risparmiò misericordiosamente tutto l’orrore del loro aspetto, ma ciò che vide sarebbe stato sufficiente a infestare i suoi sogni fino al giorno della sua morte, se fosse riuscita a fuggire.
