Ma il suo autocontrollo fece presto a cedere. Per quanto si sforzasse, non riusciva a contenere la crescente marea di paura isterica, mista a un’animalesca bramosia di sangue. Si trovò a parare i reiterati attacchi del nemico con un’arma quasi inutile, mentre Zanna-Grossa disponeva della sua efficacissima lancia dalla punta metallica. Occorse tutta la forza di volontà, a Senza-Pelo, per non cercar rifugio nella fuga, o per non gettarsi ciecamente in un corpo a corpo che gli sarebbe stato fatale, vista la maggior prestanza del capo. La ragione riuscì a farsi sentire e a dirgli che entrambe le scelte sarebbero state disastrose: la prima l’avrebbe visto braccato dalla intera tribù e certamente raggiunto e massacrato; la seconda l’avrebbe messo alla portata degli enormi denti assassini che avevano dato a Zanna-Grossa, appunto, il suo nome.

Così continuò a parare e a colpire, a parare e a colpire, fino a quando il bordo affilato dell’arma del capo non gli incise il braccio. Il dolore pungente lo trasformò in un puro animale, e con un urlo acuto di furore si scagliò a corpo morto contro l’avversario.

Ma se la natura aveva fornito a Zanna-Grossa il suo bell’armamentario offensivo, non era stata neppure avara con l’equipaggiamento difensivo del ribelle. Era vero che Senza-Pelo non era per niente eccezionale, quanto a denti e ad artigli, e che non possedeva nessuno di quegli arti supplementari così comuni fra i suoi conterranei del Nuovo Popolo. Il suo cervello poteva anche essere un po’ più agile, ma a quello stadio del combattimento ciò non contava niente. Quello che gli salvò la vita fu la sua pelle glabra.

A più riprese il capo cercò di attirarlo a una distanza tale da poterlo colpire con efficacia, ma lui sempre riuscì a schivarlo. La sua pelle scivolosa era ormai un intreccio di dozzine di graffi, alcuni dei quali assai profondi, ma nessuno di essi era grave. E durante tutto quel tempo anche lui aveva graffiato e colpito con le mani e coi piedi, mordendo e sfregiando.



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