
Dietro a Sterret veniva la sua guardia personale e poi, rovesciandosi fuori dagli ingressi di molte altre caverne, la maggioranza della tribù. Non c’era stato nessun bisogno di convocarli: lo sapevano.
Il capo, con lentezza deliberata, andò a occupare la sua posizione, al centro del Luogo-d’Incontro. Senza bisogno di nessun ordine esplicito, la folla si aprì per far posto ai genitori e ai loro nati. Weena trasalì quando vide i loro occhi avidi appuntarsi sulla repulsiva calvizie di Shrick, sul suo cranio deforme. Sapeva quale sarebbe stato il verdetto.
Sperò che i nati degli altri venissero giudicati prima del suo, anche se ciò avrebbe ritardato la morte di suo figlio di pochi battiti di cuore soltanto.
Sperò…
«Weena! Portami tuo figlio, cosicché io possa vederlo e giudicarlo!»
Il capo protese le braccia scheletriche, prese il bambino dalle mani riluttanti della madre. I suoi pìccoli occhi profondamente infossati luccicarono al pensiero dell’abbondante sorsata di sangue rosso che ben presto avrebbe potuto godersi. Eppure, era riluttante a perdersi anche il sapore d’un solo battito di cuore dell’angoscia della madre. Forse era possibile provocarla al punto che l’attaccasse…
«Tu c’insulti», dichiarò, scandendo le parole, «portandoci questo». Diede una stretta maligna a Shrick, il quale proruppe in uno strillo. «Guardate», proseguì Sterret, tenendo il piccolo staccato da sé con le braccia protese, «guardate, o popolo, quest’ignominia che la sventurata Weena ha portato al mio giudizio!»
«Ha la testa di un gigante», fece Weena, con un filo di voce. «Forse…»
