
Ma tenne duro.
I giganti passarono.
Il sordo rombare delle loro voci si perse in distanza, il loro odore acre e sgradevole, del quale aveva sentito parlare senza mai sperimentarlo prima di quel momento, si attenuò. Weena osò, ancora una volta, alzare la testa.
Nel tumulto confuso e terrorizzato dei suoi pensieri, un’idea si stagliava con terribile chiarezza. La sua unica speranza di sopravvivenza, per quanto pietosamente esile, stava nel seguire i giganti. Non c’era tempo da perdere: già udiva il clamore delle voci che uscivano dalla caverna, poiché i suoi occupanti si erano anch’essi accorti che i giganti erano passati. Lasciò la presa sull’orlo della porta e galleggiò lentamente verso l’alto.
Quando la testa di Weena entrò in improvviso contatto con qualcosa di duro, cacciò un grido. E attese per un lungo istante, gli occhi chiusi per il terrore, la morte che certamente sarebbe calata su di lei. Ma non accadde nulla. La pressione sulla cima del suo cranio non crebbe né diminuì.
Timidamente aprì gli occhi.
Fin dove poteva vedere, in entrambe le direzioni, si stendeva un’asta, o meglio una sbarra diritta. Aveva all’incirca la grossezza del suo corpo, ed era fatta, o rivestita, d’un materiale che non le era del tutto nuovo. Assomigliava alle corde che le femmine della sua specie intrecciavano con le fibre che i maschi qualche volta riportavano dal Luogo-delle-Cose-Verdi-che-Crescono, ma incomparabilmente meno rozzo e più compatto. Un tempo si era creduto che fosse il pelo dei giganti, ma adesso si presumeva che fosse prodotto da loro per qualche uso specifico.
Sui tre lati della lunghissima sbarra si spalancava il vuoto abbagliante che tanto spaventava il popolo della caverna.
