
È difficile valutare il tempo che impiegò in questo suo viaggio in un mondo dove il tempo era senza significato. Per due volte dovette fermarsi e nutrire Shrick — timorosa che i suoi vagiti famelici tradissero la loro presenza ai giganti, o a qualcuno del Popolo che poteva, anche se la cosa appariva del tutto improbabile, averla seguita. Una volta sentì la sbarra vibrare, e s’immobilizzó sulla sua superficie opaca in preda a un abbietto terrore. Un gigante passò, spingendosi rapidamente in avanti con le due mani. Se una di quelle due mani fosse finita su Weena, sarebbe stata la fine. Per molti battiti di cuore dopo il passaggio del gigante, lei rimase accasciata e impotente, quasi incapace, perfino, di respirare.
Le parve di attraversare, nel suo viaggio, luoghi di cui aveva sentito i maschi parlare, e poteva essere senz’altro vero, ma non aveva alcun modo di controllarlo, poiché il mondo del Popolo, con le sue gallerie e le caverne, era un territorio a lei familiare, mentre il mondo dei giganti le era noto soltanto grazie alle porte attraverso le quali un coraggioso esploratore poteva penetrarvi e tornare a riferire.
Weena cominciava a provare una grande debolezza e sentiva i morsi della fame e della sete farsi più insistenti, quando l’interminabile sbarra finì per condurla in un luogo dove poté annusare l’accattivante odore del cibo. Si fermò e guardò in tutte le direzioni. Ma qui, come in ogni altro punto di quel paese alieno, la luce era troppo abbagliante per i suoi occhi non abituati. Poteva distinguere, vagamente, grandi forme che erano al di la della sua limitata comprensione. Non vide nessun gigante, né altre cose che si muovessero.
