Cautamente, schiacciandosi contro la superficie della sbarra, si spostò di lato, scostandosi dall’altra superficie, liscia e lucida, a contatto della quale aveva viaggiato. La sua testa oscillò avanti e indietro, le sue sensibili narici si dilatarono. La luce troppo viva la confondeva, per cui chiuse gli occhi. Ancora una volta il suo naso cercò la fonte di quell’odore così appetitoso; la testa oscillò sempre più lentamente, finché si arrestò, puntando nella direzione giusta.

Odiava l’idea di abbandonare la relativa sicurezza che le offriva la sbarra, ma la fame prevalse infine su ogni altra considerazione. Puntò tutto il corpo nella direzione che aveva stabilito col naso, e saltò. Arrivò con un tonfo su un’altra superficie piatta. Cercò intorno con la mano libera, finché trovò una sporgenza e vi si aggrappò. Quando la sporgenza ruotò, fu quasi sul punto di lasciarla andare, colta di sopresa, poi, con sconcertante rapidità, davanti ai suoi occhi comparve una fessura che si allargò in fretta. Dietro di essa, comparve un’oscurità profonda, più che benvenuta. Weena vi scivolò dentro, grata del sollievo che le veniva offerto dopo l’abbagliante luminosità dell’Interno. Soltanto più tardi si rese conto che quella non era una porta come quelle fatte dal suo popolo nella Barriera, ma una porta diversa di proporzioni davvero gigantesche. Ma ciò che le importò, a tutta prima, fu solo quell’ombra fresca e tonificante.

Esaminò, quindi, il luogo dove si trovava.

Dalla porta, ora appena socchiusa, entrava abbastanza luce da consentirle di vedere ciò che si trovava nella caverna. Anche se era la forma sbagliata per una caverna, in verità, poiché le pareti, il pavimento e il soffitto erano perfettamente piani e regolari. All’estremità opposta, ognuno nel suo scomparto, c’erano dei globi enormi, d’una lucentezza opaca. Da essi giungeva un odore che quasi ridusse al delirio l’affamata Weena.



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