
Un cervello che ora stava procedendo alle consuete osservazioni spassionate tipiche dei poliziotti di fronte ai cadaveri. Falcón notò che i piedi di Raúl Jiménez erano nudi, le caviglie legate alle gambe della sedia, qualche mobile fuori posto in contrasto con il resto della stanza. I segni sul costoso tappeto persiano indicavano qual era stata l'abituale posizione della sedia. Il cavo del televisore era teso, perché il mobiletto con le ruote si trovava a qualche metro di distanza dalla presa nell'angolo. Per terra, accanto alla scrivania, un pezzo di stoffa arrotolato, forse un paio di calzini sporchi di saliva e di sangue. Le finestre con i doppi vetri erano chiuse, le tende tirate. Sulla scrivania un voluminoso posacenere di steatite zeppo di cicche e di filtri interi, puliti, tagliati dalle sigarette del pacchetto posato lì accanto, sigarette marca Celtas. Economiche. Le più economiche. Solo il prodotto meno costoso per Raúl Jiménez, proprietario di quattro fra i ristoranti più frequentati di Siviglia, nonché di altri due a Sanlúcar de Barrameda e a Puerto Santa María, sulla costa. Solo ciò che di più economico si poteva trovare per Raúl Jiménez, nel suo appartamento da novanta milioni di pesetas nel quartiere di Los Remedios, con la vista sulla zona della Feria e con le foto delle celebrità alla parete dietro la scrivania dagli intarsi in pelle. Raúl con il torero El Cordobés. Raúl con la presentatrice TV Ana Rosa Quintana. Raúl, mio Dio, Raúl con un coltello da cucina in mano dietro un jamón che doveva essere un Pata Negra di prima qualità, visto che accanto a lui c'erano Antonio Banderas e una Melanie Griffith dall'aria sgomenta, con quel piede di maiale puntato contro il suo seno destro.
