
Sulle rive silenziose di un pensiero, l’uomo di papiro venne portato tra le braccia del suo amico, del suo giustiziere, il Prefetto. Là, nella quiete polverosa dell’appressarsi della notte, Linah depose Semph nell’ombra di un sospiro.
— Perché mi hai fermato? — chiese la grinza che era una bocca.
Linah distolse lo sguardo verso la tenebra.
— Perché?
— Perché qui, nel centro, c’è una possibilità.
— E per loro, tutti loro, là fuori… non ci sarà mai una possibilità?
Linah sedette lentamente, affondando le mani nella nebbia aurea, lasciandola fluire sui suoi polsi e poi nella carne del mondo in attesa. — Se possiamo incominciare qui, se possiamo spingere oltre i nostri confini, allora forse un giorno, chissà quando, potremo raggiungere la fine del tempo con quella piccola possibilità. Sino ad allora, è meglio avere un unico centro dove non vi sia la follia.
Semph parlò più in fretta. La fine avanzava a grandi passi rapidi verso di lui.
— Li hai condannati tutti. La pazzia è un vapore vivente. Una forza. Può essere racchiusa in una bottiglia. Il genio più potente nella bottiglia più facile da stappare. E tu li hai condannati tutti a vivere con essi, per sempre. In nome dell’amore.
Linah emise un suono che non era esattamente una parola, ma lo richiamò.
Semph gli sfiorò il polso con un tremito che era stato una mano. Le dita si fondevano nella mollezza e nel tepore. — Mi dispiace per te, Linah. La tua maledizione è di essere un vero uomo. Il mondo è fatto per coloro che lottano. Tu non hai mai imparato a farlo.
Linah non rispose. Pensava soltanto al drenaggio, che adesso era eterno. Messo in moto e tenuto in moto dalla sua stessa necessità.
