
— L’attività è tanta, ma manca l’entusiasmo. — F’nor riportò il fratello al presente.
Erano scesi dalle scale corrose che portavano alla zona degli artigiani e stavano percorrendo un’ampia strada fiancheggiata da graziose dimore, diretti ai massicci opifici di pietra. F’lar notò i canali dei tetti incrostati di muschio e i rampicanti che ricoprivano i muri, ma non disse niente. Gli costava fatica accertare quella macroscopica trascuratezza delle più elementari precauzioni: le piante non dovevano crescere dove vivevano gli uomini.
— Le notizie volano — ridacchiò F’nor indicando un frettoloso fornaio, completamente coperto dal camice, che gli aveva rivolto un frettoloso saluto. — Non si vede nemmeno una donna.
Era vero. A quell’ora ce ne sarebbero dovute essere tante in giro di donne, intente a portare le vettovaglie ai magazzini o dirette al fiume per il bucato, data la luminosità e la calura della giornata, o ancora in cammino verso le fattorie per la semina. E invece non c’era in giro neppure una gonna lunga.
— Un tempo erano loro a cercarci — commentò causticamente F’nor.
— Prima di tutto andremo all’opificio dei tessitori. Se non ricordo male…
— …siamo alle solite — concluse ironico F’nor. Non approfittava mai del legame di sangue che li univa, ma il cavaliere di bronzo era la persona che preferiva. F’lar era molto riservato per quella società così unita e basata sull’uguaglianza. Il suo squadrone era noto per la rigorosità del comandante, ma tutti facevano a gara per entrarvi, e primeggiava sempre nelle Gare. Nessuno dei suoi uomini capitava mai erroneamente nel mezzo scomparendo per sempre, e nessuno dei suoi draghi si ammalava o moriva lasciando in un eterno esilio la sua guida.
