
Lessa sospirò. Non era riuscita a trovare nessuna spiegazione in quell’alba, solo prodigi contrastanti. Doveva attendere. L’avvertimento era stato percepito e accolto. Comunque era abituata ad aspettare. E oltre a questo sapeva essere perseverante, costante e astuta e se ne serviva come di armi cariche della inesauribile pazienza propria della consacrazione alla vendetta.
La luce dell’alba rischiarò il paesaggio sconvolto e i campi abbandonati della valle sottostante e si abbassò sugli orti trascurati nei quali branchi sparsi del bestiame da latte ricercavano le erbe primaverili. Lessa pensò che a Ruatha l’erba cresceva sempre nei posti sbagliati. Faceva fatica ormai a ricordare l’aspetto che la Valle aveva un tempo, quando era dolce, felice e ricca… prima dell’arrivo di Fax. Uno strano sorriso le incurvò le labbra che non ridevano mai. Fax non poteva trarre alcun vantaggio dalla conquista di Ruatha finché lei era viva, ma non lo sapeva.
Forse però lo sospettava, pensò Lessa con la mente ancora rivolta a quella selvaggia precognizione di pericolo. A Ovest si ergeva la Fortezza avita di Fax, l’unica che gli apparteneva di diritto. A Nord-Ovest non c’era quasi nulla oltre le nude montagne rocciose e il Weyr che proteggeva Pern.
Si stiracchiò inarcando la schiena e respirando a pieni polmoni l’aria dolce e incontaminata del mattino.
Nel cortile delle stalle cantò un gallo. Lessa si voltò di scatto con il viso teso verso l’esterno della fortezza per verificare di non essere stata vista da nessuno in quell’atteggiamento così poco consueto.
