Gli uomini che seguivano a piedi erano antepilani della fanteria pesante, uomini dalle larghe spalle e dalla vita sottile, con volti abbronzati ed inespressivi, armati di korsekes a tre punte, di mezzelune e di vulgi dalla testa pesante. Quella mescolanza di armamenti, insieme ad una certa discrepanza negli emblemi e nell’abbigliamento, m’indusse a ritenere che il contingente fosse formato da quanto rimaneva di precedenti formazioni. Se così era, i combattimenti a cui quegli uomini dovevano aver assistito li avevano resi flemmatici. Essi avanzavano, quattromila circa in tutto, senza mostrare eccitamento, riluttanza o segni di stanchezza, noncuranti nel portamento ma non sciatti, e sembravano tenere la loro andatura senza sforzo.

Carri trainati da grugnenti e stridenti trilofodonti seguivano i soldati. Al loro passaggio, mi accostai alla strada, perché gran parte del bagaglio che trasportavano era chiaramente costituito da cibo; ma lungo i carri c’erano uomini montati, ed uno di essi mi chiamò, chiedendomi a quale unità appartenessi e poi ordinandomi di avvicinarmi. Io fuggii invece di obbedire, e, sebbene fossi certo che non poteva cavalcare fra gli alberi e che non avrebbe abbandonato il suo destriero per inseguirmi, corsi fino a rimanere senza fiato.

Quando finalmente mi fermai, mi trovavo in una radura silenziosa dove la verdastra luce del sole filtrava attraverso i rami degli snelli alberi. Il muschio copriva il terreno di uno strato tanto fitto che ebbi l’impressione di camminare sul soffice tappeto della stanza nascosta nel quadro in cui avevo incontrato il Signore della Casa Assoluta. Per qualche tempo, mi riposai con la schiena appoggiata ai tronchi sottili, ascoltando. Non udii però altro suono che l’ansimare del mio respiro ed il ruggito della marea del mio sangue che mi rimbombava negli orecchi.



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