
Con il tempo, percepii anche un terzo suono, il ronzare di una mosca. Mi asciugai il volto sudato con un lembo del manto della corporazione; quel manto era adesso tristemente liso e scolorito, ed io fui all’improvviso consapevole del fatto che si trattava dello stesso manto che il Maestro Gurloes mi aveva drappeggiato intorno alle spalle il giorno in cui ero diventato un artigiano, come anche del fatto che sarei probabilmente morto indossandolo. Il sudore che esso aveva assorbito era freddo come rugiada, e l’aria era appesantita dall’odore della terra umida.
Il ronzio della mosca cessò, quindi riprese… forse un po’ più insistente, o forse mi parve tale solo perché il mio respiro si era adesso calmato. Assentemente, cercai l’insetto con gli occhi, e lo vidi saettare attraverso un raggio di sole a pochi passi di distanza, per poi posarsi su un oggetto marrone che sporgeva da dietro uno degli alberi.
Uno stivale.
Non avevo alcuna arma, e, di norma, non avrei avuto alcun timore ad affrontare un solo uomo a mani nude, specie in un luogo come quello, in cui maneggiare una spada era impossibile. Ma sapevo che la maggior parte della mia forza era svanita, e stavo scoprendo che il digiuno distrugge anche parte del coraggio di una persona… o forse ne consuma soltanto una parte, lasciandone di meno per altre esigenze.
Comunque fosse, mi avvicinai con cautela, di traverso ed in silenzio, fino a che lo vidi. Giaceva disteso, una gamba ripiegata sotto di sé e l’altra distesa, ed un falcione gli era caduto dalla destra, la cinghia di cuoio ancora avvolta intorno al polso. Il semplice elmetto gli era scivolato dalla testa ed era rotolato ad un passo di distanza. La mosca si arrampicò lungo lo stivale fino a raggiungere la carne nuda al di sotto del ginocchio, poi volò via, con il rumore di una piccola sega.
Sapevo, naturalmente, che quell’uomo era morto, e, sebbene provassi un senso di sollievo, fui di nuovo aggredito dalla consapevolezza del mio isolamento, anche se non mi ero in precedenza accorto che essa fosse svanita.
