
Le cinghie del suo zaino erano tanto strette che non riuscii a scioglierle e neppure ad allentarle, ed alla fine gli presi il coltello dalla cintura e le tagliai, conficcando quindi la punta dell’arma in un albero. C’erano una coperta, un pezzo di carta, una padella annerita dal fuoco, due paia di rozzi calzini (molto bene accetti), e, meglio di tutto, una cipolla ed una mezza forma di pane nero avvolti in una pezza pulita, cinque fette di carne secca ed un pezzo di formaggio avvolti in un’altra.
Mangiai dapprima il pane ed il formaggio, costringendomi, quando scoprii che non riuscivo a mangiare lentamente, ad alzarmi ed a camminare su e giù ogni tre bocconi. Il pane, richiedendo molta masticazione, mi aiutò in questo: esso aveva lo stesso gusto del pane duro che servivamo ai nostri clienti nella Torre di Matachin, e che io avevo rubato, più per monellaggine che per fame, un paio di volte. Il formaggio era secco, salato e puzzolente, ma ugualmente ottimo, tanto che pensai di non averne mai mangiato prima uno simile, e so di non averne più mangiato in seguito: era come se inghiottissi linfa vitale. Mi fece venire sete, ed allora scoprii quanto la cipolla potesse aiutare a placare la sete, stimolando le ghiandole salivari.
Quando alla fine arrivai alla carne, che era anch’essa molto salata, ero abbastanza sazio da poter ragionare se la dovevo conservare per la sera, e decisi di mangiarne una fetta e di metter via le altre.
