
Ma fu solo l’inizio. Steve prese a imprecare. Scoprimmo che la fossa appena scavata, un buon metro e mezzo per novanta, aveva messo in luce solo un’estremità della bara. «Quei maledetti l’hanno sistemata proprio sotto la lapide!» Era ancora solidamente imprigionata nell’argilla.
Seguì una discussione. Il piano finale, di Steve, fu di grattare via il terriccio dal coperchio e dai fianchi della bara, in modo da tirarla nella fossa già scavata. Grattammo la terra fin dove arrivavano le braccia.
«Henry» disse Steve «finora sei quello che ha scavato meno di tutti. Sei alto e magro, per cui cerca d’infilarti qui dentro e spingere il terriccio verso di noi.»
Protestai. Ma gli altri convennero che ero proprio adatto alla bisogna e presto mi trovai bocconi sul coperchio della bara, con l’argilla sgocciolante a qualche centimetro dalla schiena e dal sedere, a scavare con le dita e a spingere il terriccio dietro di me. Solo una serie continua d’imprecazioni riusciva a non farmi pensare a quel che giaceva sotto il legno su cui ero disteso, esattamente parallelo a me. Gli altri mi gridavano incoraggiamenti, come: «Guarda che noi adesso ce ne torniamo a casa», oppure: «Oh, cos’è che s’avvicina?», o anche: «Non hai sentito vibrare la bara, un attimo fa?» Ma io non ci trovavo niente da ridere. Finalmente arrivai con le dita al bordo estremo della bara; strisciai fuori, mi grattai di dosso il fango, brontolai di disgusto e paura.
«Henry, sapevo di poter contare sempre su di te» disse Steve saltando nella fossa. Allora toccò a lui e a Del dare strattoni alla bara e brontolare; dopo un ultimo sforzo, la bara scivolò nella fossa, mentre Steve e Del vi si lasciavano cadere a lato.
