La bara era di legno nero, con un velo verdastro che brillava come una coda di pavone alla luce della lanterna. Gabby tolse il terriccio dalle maniglie e la sporcizia appiccicosa dai listelli di rinforzo intorno al coperchio: tutto argento.

«Guardate che maniglie» disse Del, in tono reverenziale. Ce n’erano sei, tre per lato, lucide e brillanti come se fossero state seppellite il giorno prima e non sessant’anni fa. Notai nel legno lo sfregio lasciato dal colpo di badile di Steve.

«Ragazzi» disse Mando «guardate quanto argento!»

Guardammo. Immaginai tutti noi, al primo raduno di scambio, addobbati come sciacalli in giacca di pelliccia e stivali e cappello piumato, che andavamo in giro rischiando di perdere i calzoni per il peso di quei pezzi d’argento. Fra grida di gioia, ci scambiammo manate sulle spalle. Poi ci fermammo a guardare ancora, esultammo di nuovo. Gabby strofinò con il pollice una maniglia; arricciò il naso.

«Ehi» disse. «Uh…» Afferrò il badile appoggiato contro il fianco della bara e diede un colpetto alla maniglia. Thud. Un suono sordo, non di metallo contro metallo. E il colpo lasciò il segno. Gabby diede un’occhiata a Del e a Steve, si piegò sui talloni a guardare più da vicino. Colpì di nuovo la maniglia. Thud thud thud. Vi passò sopra la mano.

«Non è argento» disse. «Si è staccata. È una specie… una specie di plastica, credo.»

«Porca puttana» imprecò Steve. Saltò nella fossa e afferrò il badile; colpì i listelli del coperchio, li tagliò in due.

Be’, noi fissammo di nuovo la cassa, ma stavolta nessuno gridò di gioia.

«Quel maledetto bugiardo di un vecchio» disse Steve. Buttò via il badile. «Ha detto che ogni funerale costava una fortuna. Ha detto…» S’interruppe; lo sapevamo tutti. «Ha detto che c’era argento.»



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