
Lui, Gabby e Del erano in piedi nella fossa. Mando posò la lanterna sulla pietra tombale. «Forse anche la lapide è di plastica» disse, cercando di alleggerire un poco il malumore generale.
Steve si accigliò. «Gli prendiamo l’anello?»
«No!» esclamò subito Mando. Ridemmo tutti.
«Prendiamo l’anello e la fibbia e le otturazioni d’oro?» ripeté Steve, con voce roca, lanciando a Mando un’occhiata di sbieco. Mando scosse con furia la testa; sembrava sul punto di piangere. Del e io ci mettemmo a ridere; Gabby uscì dallo scavo, con aria disgustata. Steve piegò la testa e rise, una risata breve e rauca. Risalì anche lui. «Prima seppelliamo questo poveraccio, poi andiamo a seppellire il vecchio.»
Buttammo dentro il terriccio con le pale. Le prime zolle colpirono la bara e ne trassero un suono cavo, bonk bonk bonk. Non ci volle molto a riempire la fossa. Mando e io aggiustammo alla meglio le zolle d’erba. A lavoro ultimato, lo spettacolo era orribile.
«Sembra che si sia messo a tirare calci, no?» disse Gabby.
Spegnemmo la lanterna e ce ne andammo. La nebbia fluiva nelle vie deserte come l’acqua nel letto di un fiume; e noi eravamo sotto la superficie, fra rovine sommerse e alghe nerastre. Sull’autostrada ci si sentiva meno sommersi, ma la nebbia spazzava la carreggiata e il freddo era più intenso. Puntammo a sud, all’andatura più veloce possibile, senza dire una parola. Quando ci fummo riscaldati, rallentammo un poco e Steve cominciò a parlare.
«Be’, dal momento che hanno colorato d’argento la plastica, significa che in periodi precedenti le bare avevano davvero maniglie d’argento… le bare della gente più ricca, o di quella sotterrata prima del 1984, o che so io.»
Capimmo tutti che si trattava di un modo indiretto per proporre un altro scavo, per cui nessuno gli diede ragione, anche se l’ipotesi pareva sensata. Steve si offese per il nostro silenzio; guadagnò terreno rispetto a noi, fino a diventare un puntolino nella nebbia. Eravamo quasi fuori San Clemente.
