«Doveva essere una sirena» disse Steve. «Quella che chiamano sirena. Una macchina per produrre rumore. Chiederemo a Rafael.» Tirammo più o meno in direzione della sirena i sassi rimasti e superammo di buon passo la cresta entrando in Onofre.

«Sciacalli puzzolenti!» disse Steve, mentre, ormai sul sentiero del fiume, riprendevamo fiato. «Vorrei sapere come hanno fatto a scoprirci.»

«Forse erano in giro da quelle parti e ci hanno trovati per caso» suggerii.

«Poco probabile.»

«Già.» Ma non riuscivo a immaginare spiegazioni più attendibili, né d’altra parte Steve ne offrì. Comunque, era attendibile quanto l’esistenza di quel rumore assurdo.

«Vado a casa» disse Mando, con una traccia di sollievo nella voce. Non sembrava lui, forse era spaventato. Un brivido mi corse lungo la schiena.

«Sì, vai pure. Per questa volta i frugamacerie la fanno franca.»

Cinque minuti dopo avevamo raggiunto il ponte. Lo attraversammo; Gabby e Del si diressero a monte del fiume. Steve e io ci fermammo alla biforcazione del sentiero. Lui cominciò a discutere della nottata, imprecando con uguale intensità contro gli sciacalli, il vecchio e il defunto John Appleby; era chiaramente su di giri, pronto a continuare fino all’alba. Ma io ero stanco: non avevo la sua resistenza ed ero ancora sottosopra per l’ululato. Sirena o non sirena, era un suono terribilmente inumano. Perciò augurai a Steve la buona notte ed entrai di soppiatto nella baracca. Il russare di Pa’ perse un colpo, riprese con regolarità. Tagliai un pezzo della pagnotta del giorno dopo e lo mandai giù in fretta; sapeva di terriccio. Tuffai le mani nel secchio dell’acqua e le lavai, ma continuarono a sembrarmi sudice e puzzavano di tomba. Lasciai perdere. Mi distesi sul letto, sentendomi sporco di terra. Mi addormentai ancora prima d’essermi scaldato.



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