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Sognavo il momento in cui avevamo iniziato a riempire la fossa. Grumi di terriccio colpivano la bara cavandone quel rumore orribile, bonk bonk bonk; ma nel sogno era un bussare dall’interno, sempre più forte e più disperato, a mano a mano che la fossa si riempiva.
Pa’ mi svegliò nel mezzo dell’incubo. «Stamattina sulla spiaggia hanno trovato un cadavere gettato a riva» disse.
«Eh?» risposi. Saltai dal letto, confuso. Pa’ si scostò, sorpreso. Mi chinai sulla bacinella e mi lavai il viso. «Cos’hai detto?»
«Hanno trovato uno di quei cinesi. Sei tutto sporco di terra. Cosa t’è successo? Sei stato fuori, ieri notte?»
«Sì. Costruiamo un nascondiglio.»
Pa’ scosse la testa, perplesso, con aria di disapprovazione.
«Muoio di fame» aggiunsi, allungando la mano verso la pagnotta. Dallo scaffale presi una tazza e la tuffai nel secchio dell’acqua da bere.
«C’è rimasto solo pane.»
«Lo so.» Staccai un pezzo di pagnotta. Il pane di Kathryn era buono anche vecchio di qualche giorno. Andai ad aprire la porta: un cuneo di luce attenuata tagliò la penombra della baracca priva di finestre. Sporsi la testa: sole smorto. Lungo il fiume, alberi inzuppati d’acqua. Nella baracca la luce cadde sul tavolo da cucito di Pa’, con la vecchia macchina tutta lustra per gli anni d’uso. Accanto al tavolo c’era la stufa; sopra di essa, vicino al tubo che forava il soffitto, lo scaffale per gli utensili. Tutto questo, più la tavola, le sedie, l’armadio e i due letti, completavano i nostri averi: i semplici averi di un sempliciotto con un mestiere semplice. In realtà la gente non aveva alcun bisogno che Pa’ cucisse i vestiti…
