«Farai bene a scendere alle barche» disse Pa’, severo. «È tardi, avranno già cominciato a metterle in acqua.»

«Umf.» Pa’ aveva ragione, era tardi. Continuando a masticare bocconi di pane, m’infilai scarpe e camicia. «Buona fortuna!» mi gridò dietro Pa’, mentre correvo via.

Nell’attraversare l’autostrada fui bloccato da Mando, che veniva dall’altra direzione. «Hai saputo del cinese gettato a riva?» chiese.

«Già. L’hai visto?»

«Sì. Papà è sceso a dare un’occhiata e l’ho seguito.»

«Gli hanno sparato?»

«Quattro fori di proiettile, in pieno petto.»

«Caspita.» Il mare gettava a riva parecchi cadaveri come quello. «Mi piacerebbe sapere per cosa combattono con tanto accanimento, là fuori.»

Mando si strinse nelle spalle. Nel campo di patate al di là della strada, Rebel Simpson, rossa in viso, dava la caccia a un cane con una zappetta in bocca e gli inveiva contro.

«Papà dice che al largo c’è una guardia costiera apposta per tenere lontano la gente» riprese Mando.

«Lo so. Ma mi chiedo se non siano proprio loro.»

Grosse navi comparivano come fantasmi lungo la costa, di solito all’orizzonte, qualche volta più vicino; e di tanto in tanto il mare gettava a riva cadaveri crivellati di proiettili. Ma, a parer mio, questo era il massimo che si potesse dire con certezza del mondo esterno. Quando ci pensavo, a volte diventavo così curioso da rasentare la rabbia. Mando, invece, era sicuro che suo padre (il quale si limitava a ripetere le parole del vecchio) avesse sempre la risposta giusta. Mi accompagnò fino alla scogliera. Al largo c’era una nube bianca all’orizzonte: il banco di nebbia, che più tardi sarebbe tornato a riva, spinto dal vento. In basso, sulla spianata lungo il fiume, caricavano le reti.

«Devo salire a bordo» dissi a Mando. «Ci vediamo dopo.»



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