Pescammo: lanciavamo l’esca sul fondale, riavvolgevamo la lenza a poco a poco, lanciavamo di nuovo l’esca. Di tanto in tanto le canne si curvavano e qualche minuto di lotta terminava con un colpo di raffio. Poi si ricominciava. A nord i pescatori tiravano a bordo reti argentee di pesce che si dibatteva per cercare la libertà perduta; le barche s’inclinavano sotto il peso, a volte sembrava che dovessero mostrare la chiglia e capovolgersi. Verso terra, pareva che le montagne salissero e scendessero, salissero e scendessero. Sotto il sole velato di nuvole, la foresta era di un bel verde vivo, in contrasto con il grigio smorto della scogliera e delle cime brulle.

Cinque anni prima, quando ne avevo dodici e Pa’ mi aveva mandato a lavorare da John Nicolin, la pesca mi pareva un’avventura. Ero entusiasta di tutto: la pesca in sé, gli umori dell’oceano, il lavoro di squadra degli uomini, il fascino della terra vista dal mare. Ma da allora era passato un mucchio di giorni sull’acqua, e un mucchio di pesce era stato tirato a bordo: pesci piccoli e grossi, niente pesci oppure tanto di quel pesce da esaurire la forza delle braccia e da far venire le vesciche alle mani; sopra marosi alti e lenti, o maretta spinta dal vento, o acqua piatta come specchio; e sotto cieli caldi e sereni, o nella pioggia che rendeva le montagne un miraggio grigio, oppure, in caso di tempesta, sotto nuvole che correvano in alto come cavalli… ma per lo più erano giornate come quella: mare abbastanza calmo, sole in lite con nubi alte, bottino discreto. E l’entusiasmo era scomparso da un pezzo. Ormai per me era solo lavoro.



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