
Fra un pesce e l’altro sonnecchiai, cullato dal moto ondoso. Stare disteso con la testa appoggiata alla falchetta per un poco andò benissimo, e anche stare rannicchiato sul banco, pur con il rischio di farmi schiaffeggiare dalla coda di un pesce. Il resto del tempo lo passavo curvo sulla canna e mi svegliavo quando mi sbatteva contro la pancia. Allora riavvolgevo la lenza, tiravo il pesce, lo arpionavo, lo issavo a bordo, gli davo un colpo di mazzuolo in testa, staccavo l’esca, la gettavo di nuovo in mare e riprendevo a dormire. Provai a stendermi di schiena sul banco (per tutti i suoi novanta centimetri), a gambe incrociate, piedi in equilibrio precario contro la falchetta, per dormire dieci minuti di più.
«Henry!»
«Sì!» risposi, mettendomi a sedere e controllando la canna per forza d’abitudine.
«Abbiamo già un po’ di pesce.»
Lanciai un’occhiata ai tonni striati e ai persici. «Una decina.»
«Buona pesca. Forse nel pomeriggio riuscirò ad allontanarmi.» Steve era pensieroso.
Dubitavo che ci riuscisse, ma non dissi niente. Il sole era velato, l’acqua grigia. Cominciava a fare freddo. Il banco di nebbia iniziava l’avanzata. «Mi sa che il pomeriggio lo passeremo a riva» dissi.
«Già. Dobbiamo andare su da Barnard. Gli voglio far prendere uno spaghetto, a quel vecchio bugiardo.»
«Certo.»
In quel momento ne abboccarono due grossi e ci toccò darci da fare per non aggrovigliare le lenze. Eravamo ancora impegnati a tirarli a bordo, quando giunse il segnale di tromba di Rafael. I pescatori avevano ritirato le reti, la nebbia avanzava rapidamente. Per quel giorno la pesca era finita. Con un grido di gioia tirammo i pesci a bordo senza perdere tempo, agganciammo i remi agli scalmi e ci accostammo alla barca di Rafael. Ci rifilarono un po’ di pesce, perché alcune barche rischiavano di affondare, tanto erano piene. E remammo nella foce del fiume.
