
Portai i pesci a Pa’, che subito si alzò con aria famelica dalla macchina per cucire. «Oh, bene, bene. Ci penso io: uno per stasera, gli altri a seccare.» Gli dissi che andavo dal vecchio e lui annuì. Si diede una rapida tirata ai baffi. «Lo mangiamo subito dopo il tramonto, va bene?»
«Benissimo» risposi, uscendo.
La casa del vecchio si trova sulla ripida cresta che segna l’estremità meridionale della nostra valle, in uno spiazzo appena più grande della casa stessa, a circa metà strada dalla cima della montagna più alta. Da nessun’altra casa di Onofre si ha vista migliore. Quando arrivai alla casa, una costruzione quadrata di legno, con quattro stanze e un’ampia finestra sul davanti, non trovai nessuno. Attraversai con prudenza il cortile pieno di cianfrusaglie. Fra le arnie, le pinze tagliafili telefonici, le meridiane, gli pneumatici, i barili con l’imbuto di tela per raccogliere l’acqua piovana, le parti di generatore, i motori rotti, le pendole, i fornelli a gas, le casse piene di chissà cosa, c’erano grossi cocci di vetro e diverse trappole per furfanti che il vecchio spostava di continuo, per cui era saggio fare attenzione. A casa di Rafael, macchine come quelle gettate alla rinfusa nella piccola aia di Tom sarebbero state riparate e rimesse in funzione, oppure utilizzate come parti di ricambio, ma lì erano solo argomenti di conversazione. A cosa serviva un motore d’auto su cavalletti? E come l’aveva portato fin sulla cresta? Tom voleva che ci ponessimo proprio domande del genere.
Continuai a risalire il sentiero eroso che seguiva il crinale. A sud, una serie di costoni coperti di foreste si alzava a partire dalla scogliera sulla spiaggia e arrivava giù fino ai monti Pendleton.
