
In prossimità della cima del costone che risalivo, il sentiero svoltava e scendeva ripidamente nella spaccatura a sud, uno stretto canyon troppo piccolo per contenere tutto l’anno un corso d’acqua, ma nel quale c’era una sorgente. Gli alberi di eucalipto non permettevano la crescita del sottobosco; lì, in un lieve pendio della piega di terra, il vecchio teneva gli alveari, una ventina di piccole cupole bianche in legno. Lo trovai fra le arnie; con la tuta da apicoltore e il cappello, sembrava un bambino negli abiti di un adulto. Ma si muoveva con vivacità… per uno che abbia superato i cent’anni, voglio dire. Passava da un’arnia all’altra, tirava fuori i vassoi e li tastava con la mano guantata, dava un calcio a un alveare, agitava il dito contro un altro, e capivo che non smetteva un attimo di parlare, anche se il berretto gli nascondeva quasi tutto il viso. Tom parlava a tutto e tutti: alla gente, a se stesso, ai cani, agli alberi, al cielo, al pesce nel piatto, alle pietre in cui inciampava… e naturalmente alle sue api. Infilò sotto un alveare un vassoio e si guardò intorno, improvvisamente cauto; mi scorse, agitò la mano in segno di saluto. Mentre mi avvicinavo, tornò a controllare le arnie. Camminava buttando le ginocchia in fuori, come se avesse le rotule all’esterno; e con gesti rigidi e agitati spostava in tutte le direzioni le braccia nascoste dalle lunghe maniche… per tenersi in equilibrio, immagino.
«Fila via dalle arnie, ragazzo. Le api ti pungeranno.»
«Te, non ti pungono.»
Tom agitò il cappello per ricacciare un’ape nell’arnia «In me non trovano più molto da pungere, adesso. E poi non lo farebbero mai: conoscono chi si prende cura di loro.»
Ci scostammo dalle arnie. I capelli del vecchio, bianchi e lunghi, svolazzavano nel vento, sembrava si mischiassero alle nuvole. La barba era rimboccata nella camicia, “così non mangio nessuno dei miei tesorucci”. La nebbia s’alzava già, formava rapidi fiumi opachi. Tom si fregò la testa lentigginosa.