disse l’Arcangelo perduto «è questa la sede che dobbiamo scambiare con il Paradiso? … queste lugubri tenebre, con quella luce celestiale?» Continuai con facilità, divertendomi a recitare la sfida di Satana. Alcuni versi si prestavano particolarmente a essere declamati con voce roboante:
«Addio, campi felici, dove la gioia dimora in eterno! Salve, orrori! Salve, mondo diabolico! E tu, Inferno profondissimo, accogli il tuo nuovo possessore… uno che porta una mente che né luogo né tempo cambieranno. La mente è il luogo stesso, dentro di sé può rendere Paradiso l’Inferno, Inferno il Paradiso. Che importa dove, se sarò sempre lo stesso e quel che dovrei essere, quasi meno di colui che il tuono ha reso più grande? Qui almeno saremo liberi…» «Basta così, questa l’hai imparata» disse Tom, con aria soddisfatta, guardando il mare. «I versi migliori che abbia mai scritto, per metà rubati a Virgilio. E l’altro brano?»
«L’altro lo recito anche meglio» dissi, fiducioso. «Senti:»
«Credo d’essere un profeta appena ispirato, e così spirando prevedo di lui: la sua impetuosa e violenta fiammata di rivolta non può durare, perché i fuochi violenti si esauriscono presto. L’acquerugiola dura a lungo, ma le tempeste improvvise sono brevi; spesso si stanca chi spesso sprona troppo forte; chi si ciba con avidità è dal cibo soffocato…» «Proprio il nostro ritratto» m’interruppe Tom. «Qui parla dell’America. Volevamo divorare il mondo e ne siamo rimasti soffocati. Scusa, continua pure.»
Mi sforzai di ricordare il punto esatto, poi ripresi:
«Questo regale trono di sovrani, quest’isola munita di scettro,