
«Basta!» esclamò Tom, ridacchiando e scuotendo la testa. «O troppo. Non so cosa pensare. Ma senza dubbio ti faccio imparare a memoria della roba buona.»
«Già» dissi. «Si capisce perché Shakespeare riteneva l’Inghilterra il migliore dei tredici stati.»
«Sì… Era un grande americano. Forse il più grande di tutti.»
«Ma cosa significa fossato?»
«Fossato? Ah, un canale d’acqua che circonda un luogo per rendere difficile l’accesso. Non l’hai capito, dal contesto?»
«Se l’avessi capito, perché lo chiederei?»
Tom rise. «Ho udito questa parola in uno dei piccoli raduni di scambio nell’entroterra, solo l’anno scorso. Un contadino diceva: «Scaveremo un fossato attorno al granaio». Sono rimasto un poco sorpreso. Ma si sentono sempre parole insolite come questa. Un tale, ai raduni, diceva che avrebbero gabbato qualcuno; e un altro mi ha detto che la mia abilità di venditore era degna di un filibustiere. Insaziato, simulatore… è sorprendente come le parole entrino nella lingua parlata. Brutte notizie per lo stomaco sono buone notizie per la lingua, capisci cosa intendo?»
«No.»
«Be’, sono sorpreso di te.» Si alzò, rigido e lento; riempì di nuovo la teiera, la sistemò sul fuoco. Poi s’accostò a uno scaffale di libri. L’interno della casa sembrava un poco il cortile: cianfrusaglie da tutte le parti, solo meno voluminose; altri orologi, una collezione di lampade e lanterne, una macchina per suonare la musica (dì tanto in tanto vi metteva sopra un disco e lo faceva girare, con il dito ossuto, ordinandoci di accostare l’orecchio per udire il mormorio alto e basso della musica stridula, e intanto diceva: «Questa è l’Eroica!
