
Un attimo dopo Paul le era accanto. Louise si voltò a guardarlo, poi tornò a scrutare giù nella botola. Ancora nessun segno dell'uomo. «Uno di noi dovrebbe scendere laggiù» disse.
Paul sgranò gli occhi a mandorla. «Ma… l'acqua pesante…»
«Non c'è altro da fare» incalzò. «Tu sai nuotare?»
Paul era in evidente imbarazzo. La ragazza sapeva bene che l'ultima cosa che avrebbe voluto era fare una figuraccia con lei, ma… «Appena» rispose Paul abbassando lo sguardo.
Era già ridicolo stare sepolti laggiù con quel tipo a sbavargli dietro tutto il tempo, mancava solo che dovesse spogliarsi davanti a lui. Ma non sarebbe stato facile nuotare con quella tuta d'ordinanza in nylon blu, sotto la quale, come tutti quelli che lavoravano lì, non aveva che la biancheria intima, dato che la temperatura era di 40.6 gradi. Bando alle ciance: si tolse le scarpe e aprì la lampo sul davanti della tuta; grazie a Dio quel giorno aveva indossato il reggiseno, anche se sarebbe stato meglio che non fosse di pizzo.
«Riaccendi le luci» gli disse. Per lo meno il ragazzo obbedì subito. Prima ancora che fosse tornato, si era già calata nell'acqua gelida, mantenuta a una temperatura di 10 gradi per evitare la formazione di microrganismi e per ridurre il rumore prodotto dai tubi fotomoltiplicatori.
Vide il fondo sotto di sé, lontanissimo. Fu avvolta da un'ondata di panico, ed ebbe l'improvvisa sensazione di trovarsi… in un luogo remoto. Galleggiava supina, con la testa e le spalle ancora al di qua della botola, aspettando che la paura scemasse. Quando si sentì più calma tirò tre lunghi respiri, serrò la bocca e si immerse.
Adesso vedeva chiaramente, senza alcun fastidio agli occhi. Si guardò intorno, cercando di localizzare l'uomo, ma l'acqua era cosparsa di pezzetti di acrilico, e…
Eccolo.
