Il corpo era emerso nello spazio — non più di quindici centimetri — tra la superficie dell'acqua e il tetto che separava la camera di rilevamento dalla piattaforma, normalmente pieno di azoto allo stato puro. Respirarne alcune boccate era fatale: il poveraccio doveva essere morto. Probabilmente aveva lottato per raggiungere la superficie, pensando di trovare l'aria, e invece era finito ucciso dal gas inalato: una ben triste ironia. Sicuramente dalla botola aperta era filtrata dell'aria respirabile, mescolandosi con l'azoto, ma forse era accaduto troppo tardi.

Louise spinse di nuovo la testa e le spalle al di qua della botola. Incrociò lo sguardo di Paul, che aspettava che gli dicesse qualcosa — qualsiasi cosa. Ma non c'era tempo da perdere. Incamerò più aria che poté e s'immerse di nuovo. Non c'era spazio sufficiente a tenere la testa fuori dall'acqua per via delle travi di metallo che fuoriuscivano dalla sommità. Il corpo dell'uomo era a circa dieci metri da lei. Batté forte i piedi, nuotando il più velocemente possibile, e…

Una macchia nell'acqua. Qualcosa di scuro.

Mon dieu!

Era sangue.

La testa dell'uomo era avvolta da una massa scura che ne occultava la vista. Il corpo era immobile; se era ancora vivo, aveva perduto i sensi.

Cacciò la testa fuori dall'acqua e respirò con cautela — ma adesso l'aria era respirabile -, quindi afferrò un braccio dell'uomo, facendone ruotare il corpo con il viso verso l'alto, in modo che potesse respirare. Ma non dava segni di vita.

Trascinarlo fu molto faticoso: il corpo robusto era completamente vestito, e gli abiti inzuppati lo appesantivano ancora di più. Non ebbe tempo di notare i particolari, vide solo che non indossava la tuta da lavoro né gli stivali di ordinanza. Non era un minatore che lavorava nella miniera di nickel, e anche se ne aveva appena scorto il viso — un bianco con la barba biondiccia — non doveva trattarsi nemmeno di qualcuno dello staff dell'osservatorio.



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