Un’improvvisa colonna di luce scoppiettante sprizzò fuori dal libro, colpì il soffitto con una fiammata e scomparve.

Galder continuava a guardare dal buco, senza badare alla sua barba strinata. A un tratto, puntò un dito in alto con gesto drammatico.

— Alle soffitte! — gridò e si slanciò su per la scala di pietra. Ciabattando, le camicie da notte svolazzanti, gli altri maghi lo seguirono, urtandosi nella fretta di non rimanere per ultimi.

Tuttavia fecero tutti in tempo a vedere la palla di fuoco dell’occulta potenzialità scomparire nel soffitto della stanza di sopra.

— Urgh — esclamò il mago più giovane e indicò il pavimento.

La stanza aveva fatto parte della biblioteca, finché la magia l’aveva attraversata e aveva riassemblato con violenza le particelle di possibilità di tutto ciò che si era trovato sul suo cammino. Così era ragionevole presumere che i piccoli tritoni purpurei avessero fatto parte del pavimento e che la gelatina di pompelmo una volta fosse stata dei libri. E più tardi diversi maghi giurarono che il piccolo orangutango triste seduto lì nel mezzo somigliasse moltissimo al bibliotecario capo.

Galder alzò gli occhi. — Alle cucine! — tuonò, procedendo a stento attraverso la gelatina diretto alla vicina rampa di scale.

Nessuno scoprì mai in che cosa fosse stata trasformata la grande stufa di ferro, perché questa aveva sfondato la parete ed era riuscita a fuggire prima che irrompesse nel locale il gruppetto dei maghi, scarmigliati e con lo sguardo spiritato. Lo chef addetto alla preparazione delle verdure venne trovato molto dopo nascosto nel pentolone della zuppa a bofonchiare parole sconnesse come: "Le nocche! Quelle orribili nocche!".



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