Gli ultimi sprazzi di magia, ora più lenti, stavano scomparendo nel soffitto.

— Alla Grande Sala!

Lì la scala era molto più larga e meglio illuminata. Ansimanti e odorosi di pompelmo, i maghi più in forma arrivarono in cima nel momento in cui la palla di fuoco aveva raggiunto il centro dell’enorme locale pieno di spifferi che era la sala principale dell’Università. La sfera di fuoco era immobile nell’aria, salvo che per la piccola protuberanza che di tanto in tanto si gonfiava e crepitava sulla sua superficie.

I maghi fumano, come tutti sanno. Questo probabilmente spiegava il coro di tossi cavernose e stridenti sternuti che eruppe dietro a Galder mentre questi se ne stava fermo a valutare la situazione e a chiedersi se era il caso di cercare dove nascondersi. Afferrò uno studente spaventato.

— Portami gli uomini dotati della facoltà di vedere nel futuro, anche lontano, e nelle cose nascoste — abbaiò. — Voglio che tutto questo venga studiato!

All’interno della palla di fuoco qualcosa stava prendendo forma. Galder si riparò gli occhi con la mano e la fissò. Impossibile sbagliarsi. Era l’universo.

Il mago ne era sicuro, perché nel suo studio aveva il modello che, per consenso generale, era giudicato molto più straordinario dell’universo vero. Messo di fronte alle possibilità offerte dalle perle scaramazze e dalla filigrana d’argento, il Creatore si era trovato a malpartito.

Ma il minuscolo universo all’interno della palla di fuoco era stranamente… be’, reale. L’unica cosa che gli mancava era il colore. Era tutto di un vago bianco traslucido.

C’era la Grande A’Tuin e i quattro elefanti e il Disco stesso. Da quell’angolo Galder non poteva vedere molto bene la superficie, ma sapeva per certo che era modellata con assoluta accuratezza. Distingueva, però, una replica in miniatura di Cori Celesti, sul cui picco più alto gli dei del mondo, litigiosi e alquanto borghesi, vivevano in un palazzo di marmo, in suite di tre locali d’alabastro e moquette, che avevano scelto di chiamare Dunmanifestin. Per un cittadino del Disco con pretese culturali era sempre fonte di notevole irritazione il fatto di essere governato da dei la cui idea di un’esperienza artistica esaltante era un campanello a carillon.



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