
Dirk rise. «Be’, è vero. Io non sapevo nemmeno che tu esistessi, fino all’altra sera».
Il viso di Jaan Vikary era duro e serio. «Ma io esisto. Ricordatelo, ed allora potremo essere amici. Speravo di trovarti da solo proprio per dirti questo prima che si svegliassero gli altri. Questo non è Avalon, t’Larien, ed oggi non è più ieri. Questo è un mondo da festival che muore, un mondo senza legge, per cui ognuno di noi deve avvinghiarsi ai suoi propri codici morali. Non cercare di mettere alla prova il mio. Fin dagli anni di Avalon ho sempre cercato di considerarmi semplicemente Jaan Vikary, ma sono pur sempre un kavalar. Non costringermi a diventare Jaantony Riv Lupo alto-Ferrogiada Vikary».
Dirk si alzò in piedi. «Non sono sicuro di capire ciò che dici», rispose. «Ma penso di poter essere sufficientemente amabile. Non ho niente contro di te, Jaan».
Queste parole parvero soddisfare Vikary. Annuì lentamente ed infilò una mano nella tasca dei pantaloni. «Un simbolo della mia amicizia e della mia stima», disse. Nella sua mano c’era una spilla da collare di metallo nero, una minuscola manta. «La porterai per il tempo che rimarrai qui?».
Dirk gliela prese di mano. «Se tu lo vuoi», disse, sorridendo della formalità dell’altro. Fissò la spilla al colletto.
«Qui l’alba è cupa», disse Vikary, «ed il giorno non è granché meglio. Scendi da noi. Io sveglierò gli altri, così potremo mangiare qualcosa».
L’appartamento che Gwen divideva con i due Kavalar era immenso. Il soggiorno con il soffitto alto era dominato da un focolare alto due metri e lungo due volte tanto con una cappa di lastre grige su cui si ergevano delle baluginanti cariatidi appollaiate per far la guardia alle ceneri. Vikary condusse Dirk dall’altra parte, facendogli superare uno spesso tappeto nero, in una stanza da pranzo che era quasi altrettanto grande. Dirk si sedette in una sedia di legno dallo schienale alto, una delle dodici che erano sistemate attorno al grande tavolo, mentre il suo ospite era andato a prendere il cibo ed a svegliare la compagnia.
