
Una zona del gigantesco terminal appariva ancora automatizzata ed era illuminata briosamente, ma Dirk l’attraversò rapidamente, per immergersi nella notte, la notte vuota di un mondo esterno che gridava un disperato bisogno di stelle. Loro erano là, che. lo aspettavano, proprio sotto la porta principale, più o meno come si era aspettato. Il capitano aveva inviato un messaggio laser non appena la nave era emersa dall’iperspazio.
Gwen Delvano era venuta a riceverlo, proprio come lui aveva chiesto. Ma non era venuta da sola. Gwen e l’uomo che lei aveva portato con sé stavano parlando a voce bassa tra di loro, guardandosi attorno, quando lui emerse dal terminal.
Dirk si fermò appena superata la porta, sorrise con l’aria più disinvolta che riuscì a trovare e lasciò cadere a terra l’unica leggera valigia che si era portato. «Ehi», disse piano. «Ho sentito che è in corso un festival».
Lei si voltò sentendo la sua voce e rise, con quella risata che lui aveva così ben conosciuto. «No», disse lei. «Sei in ritardo di quasi dieci anni».
Dirk strizzò gli occhi e scosse il capo. «Diavolo», disse. Poi sorrise ancora e lei gli venne vicino e si abbracciarono.
Quell’altro uomo, lo straniero, rimase lì in piedi a guardarli, senza dar segno di farci caso.
Fu un abbraccio breve. Dirk non aveva nemmeno avvolto le braccia intorno a lei che già Gwen gliele allontanava. Dopo essersi separati rimasero molto vicini e tutti e due si osservarono per constatare i danni che il tempo aveva loro arrecato.
Lei era più vecchia, ma era rimasta quasi la stessa, e le cose che lui ora trovava diverse erano probabilmente un difetto della sua memoria. I suoi grandi occhi verdi, ad esempio, non erano così grandi o così verdi come lui si ricordava e lei pareva un po’ più alta di quanto gli sembrasse e forse un po’ più appesantita.
