Questo errore di Marlowe — infatti bisognava proprio dire così sorprese molto Jensen. Marlowe conosceva il cielo e tutte le strane cose che vi si trovano alla perfezione, proprio come conosceva i viali e le strade di Pasadena.

Marlowe tornò al bar a riempire i bicchieri. Allora Jensen fece:

«Mi son preoccupato quando ho visto la seconda lastra.»

Marlowe la guardò appena dieci secondi e poi riprese la prima. Al suo occhio esperto non occorreva certo il blink per vedere che nella prima lastra la nube era circondata da un anello di stelle che invece non comparivano, o quasi, nella seconda lastra. Continuò a fissarle soprappensiero.

«Queste lastre le hai impressionate in maniera normale?»

«Credo di sì.»

«E infatti mi sembrano a posto, ma non si può mai esserne sicuri.»

Marlowe si interruppe all’improvviso e si alzò in piedi. Come faceva sempre quand’era agitato, sbuffava dalla bocca enormi nubi di fumo che odorava d’anice; era una qualità di tabacco sudafricano. Jensen si chiedeva perchè non andasse a fuoco il fornello della pipa.

«Può darsi che sia accaduto qualcosa di strano. La cosa migliore è di impressionare subito un’altra lastra. Chissà chi c’è su stanotte.»

«A Monte Wilson o a Monte Palomar?»

«A Monte Wilson, Palomar è troppo lontano.»

«Se non sbaglio al 100 pollici c’è uno di quegli astronomi forestieri. Al 60 dovrebbe esserci Harvey Smith.»

«Senti, la cosa migliore è che ci vada di persona. A Harvey non dispiacerà di lasciarmelo un minuto. Naturalmente non riuscirò a cogliere tutta la nube, ma mi bastano i campi stellari ai margini. Conosci le coordinate esatte?»

«No. Le ho telefonato subito dopo che ho visto le lastre al blink. E non ho perso tempo a misurarle.»

«Be’, non importa, possiamo farlo ora. Ma non occorre che tu perda altro tempo. Hai bisogno di dormire Kliut. Vuoi che ti conduca al tuo appartamento? Lascio un biglietto a Mary per dirle che sarò di ritorno solo domattina.»



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