
Quando Marlowe lo lasciò al suo alloggio, Jensen era agitato, e prima di spegnere la luce scrisse a casa: una lettera ai genitori per raccontare in breve la sua strana scoperta e un’altra a Greta per dirle che gli pareva d’essere inciampato in qualcosa di importante.
Marlowe si recò agli uffici dell’osservatorio. Chiamò Monte Wilson al telefono e chiese di Harvey Smith. Appena sentì il morbido accento meridionale di Smith disse:
«Sono Geoff Marlowe. Senti, Harvey, c’è qualcosa di strano, tanto strano che ti prego di fermi usare il 60 pollici, stanotte… Cos’è? Non lo so. Appunto questo voglio scoprire… Riguarda il lavoro di quel giovanotto, Jensen. Vieni qua domattina alle dieci e sarò in grado di dirti qualcosa di più… Va bene, ti debbo una bottiglia di whisky. Ti basta?… Benissimo! Di’ all’assistente notturno che arrivo verso l’una. Grazie!»
Poi Marlowe chiamò Bill Barnett di Caltech.
«Bill, qui parla Geoff Marlowe dall’ufficio dell’osservatorio. Volevo dirti che domattina alle dieci, qua all’osservatorio c’è una riunione piuttosto importante. Se non ti dispiace portati dietro qualche teorico… No, non c’è bisogno che siano astronomi. Porta dei ragazzi svegli… No, non te lo posso spiegare ora. Domattina ne saprò di più. Ora vado al 60 pollici. Ma stai tranquillo, se domani ti sembrerà che ti abbia convocato per nulla, puoi chiedermi di pagare una bottiglia di whisky… Benissimo!»
Canticchiava fra sè — era un segno d’agitazione — mentre scendeva in fretta nello scantinato, proprio là dove Jensen aveva lavorato nel pomeriggio. Passò tre quarti d’ora a misurare le lastre di Jensen. Quando infine fu convinto di sapere con esattezza dove puntare il telescopio, uscì, saltò sull’auto e partì per Monte Wilson.
Il dottor Herrick, direttore dell’osservatorio, fu assai sorpreso quando trovò Marlowe che lo attendeva, alle sette e mezzo del mattino seguente, nel suo ufficio.
