
Alla fine chiamò la segretaria.
«Per favore, vuol chiedere a Caltech di fissarmi un posto sull’aereo di stanotte per Washington, quello che parte verso le nove? Poi mi chiami al telefono il dottor Ferguson.»
James Ferguson era un pezzo grosso alla Fondazione Nazionale delle Scienze, e dirigeva tutte le attività nel campo della fisica, dell’astronomia e della matematica. Era rimasto molto sorpreso, il giorno prima, sentendosi chiamare da Herrick, perchè Herrick non era il tipo da fissare appuntamenti con un giorno d’anticipo.
«Proprio non so immaginare che cos’abbia Herrick,» disse alla moglie mentre facevano colazione, «per venire di corsa a Washington, così. E ha insistito molto. Mi sembrava preoccupato, perciò gli ho detto che gli andavo incontro all’aeroporto.»
«Be’, un po’ di mistero ogni tanto ci vuole,» disse la moglie, «e assai presto saprai di che si tratta.»
Tornando dall’aeroporto di città, Herrick si limitò a parlare di cose senza importanza. Solo quando fu nell’ufficio di Ferguson venne al dunque.
«Spero che nessuno ci senta, vero?»
«Santo cielo, giovanotto, è una cosa tanto seria? Aspetta un momento.»
Ferguson alzò la cornetta del telefono.
«Amy, per favore, faccia in modo che non ci interrompano… No, niente telefonate… Be’ forse fra un’ora, forse fra due, non lo so.»
Poi Herrick fece la sua esposizione, tranquilla e razionale. Ferguson guardò le fotografie, poi Herrick riprese:
«Vedi qual è la situazione. Se annunciamo il fatto e poi viene fuori che abbiamo sbagliato, facciamo la figura degli stupidi. Se sprechiamo un mese a controllare tutti i particolari e poi vien fuori che abbiamo ragione, allora ci accusano di aver perso del tempo.»
