
Intanto era giunto alla baracca che ospitava lo Schmidt piccolo. Entrò e per prima cosa diede un’ occhiata al taccuino, per vedere qual era il settore di cielo che gli toccava fotografare. Poi diresse il telescopio nel senso giusto, a sud della costellazione di Orione: solo a mezzo inverno si può raggiungere questa regione celeste. Quindi apri l’obiettivo; non doveva far altro che starsene seduto al buio lasciare che i pensieri vagassero liberamente.
Jensen lavorò fino all’alba, una fotografia dopo l’altra. Ma il lavoro non era finito, perchè doveva sviluppare le lastre che si erano accumulate durante la notte. Questo era un lavoro che richiedeva grande attenzione. Un errore a questo punto avrebbe significato lavorare ancora e duramente: nemmeno da pensarci.
In condizioni normali non gli sarebbe toccato questo compito, così estenuante. In condizioni normali si sarebbe ritirato nel dormitorio; poi cinque o sei ore di sonno, colazione a mezzogiorno e quindi, ma solo allora, avrebbe dovuto affrontare il compito dello sviluppo. Ma questa volta era al termine del suo turno. In quel periodo la luna sorgeva di sera, e ciò significava, per quindici giorni, un arresto dell’osservazione: non si può cercare una nova nella metà del mese in cui la luna occupa il cielo notturno, perchè la luna dà troppa Iuce e annebbia irreparabilmente le lastre.
