
Così proprio quel giorno sarebbe tornato agli uffici dell’osservatorio a Pasadena, 125 miglia distante. Il mezzo per Pasadena partiva alle 11,30, e prima di allora bisognava aver finito lo sviluppo. Jensen concluse che era meglio farlo subito; poi avrebbe dormito quattro ore, due bocconi in fretta e via di ritorno in città.
Andò tutto come aveva previsto, ma sulla macchina dell’osservatorio quel giorno viaggiò un giovanotto assai stanco. Erano in tre: Rogers, Jensen e l’autista. Il lavoro di Emerson sarebbe durato due notti ancora. Gli amici di Jensen, là nella Norvegia imbacuccata di neve e percossa dal vento, sarebbero rimasti sorpresi sentendosi dire che Jensen dormì mentre la macchina correva, per miglia e miglia, fra aranci che fiancheggiavano la strada.
Jensen dormì fino a tardi la mattina dopo, e solo alle 11 giunse agli uffici dell’osservatorio. Aveva dinanzi a sè quasi una settimana di lavoro, per esaminare le lastre impressionate negli ultimi quindici giorni. Il suo compito era quello di confrontare le ultime osservazioni con altre lastre impressionate il mese prima. E doveva far questo, volta a volta, per ogni pezzetto di cielo.
Così la mattina dell’8 gennaio 1964 — era ormai tardi — Jensen scese nello scantinato dell’osservatorio per manovrare uno strumento chiamato dagli astronomi «blink microscopio». Il blink (che si potrebbe tradurre quasi «oscillatore») è uno strumento che consente di guardare prima una lastra, poi l’altra, poi ancora la prima e così via, ma sempre con un movimento assai rapido. Facendo così, ogni stella che muti in qualche misura posizione nell’intervallo di tempo fra la prima e la seconda lastra si presenta come un punto mobile, «oscillante», di luce, mentre la grande maggioranza delle altre stelle, non avendo mutato posto, restano fisse.
