Poi consultò la lista dell’osservatorio. Con grande soddisfazione scoprì che Marlowe non era nè a Monte Palomar nè a Monte Wilson. Certo, quella sera avrebbe anche potuto essere uscito. Ma Jensen ebbe fortuna, perchè una telefonata gli confermò che Marlowe era in casa. Quando gli spiegò che voleva parlargli di qualcosa di strano che aveva scoperto, Marlowe fece:

«Vieni subito Knut, ti aspetto… No, va bene, non stavo facendo nulla di speciale.»

È facile immaginare in che stato d’animo fosse Jensen, se si pensa che chiamò un tassi che lo portasse a casa di Marlowe. Uno studente con una borsa annua di 2000 dollari di solito non viaggia in tassì, e questo è anche più vero nel caso di Jensen, il quale faceva economia perchè voleva girare i vari osservatori degli Stati Uniti prima di tornare in Norvegia; e poi doveva anche comprare dei regali. Ma in questo caso non gli venne nemmeno in mente il problema del denaro. Giunse ad Altadena stringendo le sue lastre e chiedendosi se per caso non stesse per far la figura dello sciocco. E se avesse commesso uno stupido errore?

Marlowe lo attendeva.

«Entra, entra,» gli disse. «Bevi qualcosa? La prendete sul serio voi norvegesi, no?»

Knut sorrise.

«Non sul serio quanto lei, dottor Marlowe.»

Marlowe indicò a Jensen una poltrona presso il caminetto (il caminetto piace molto a chi abita in una casa col riscaldamento centrale), fece scendere un gran gattone da un’altra poltrona, si mise a sedere.

«Son contento che tu abbia telefonato, Knut. Mia moglie stasera è uscita ed io non sapevo proprio che fare.»

Poi, secondo il suo solito, entrò dritto in argomento: la diplomazia e le sottigliezze della politica gli erano sconosciute.

«Ebbene, che cos’hai là dentro?» chiese additando la scatola gialla di Jensen.



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