«Questa storia ti fa diventare nirbuso?»

«Sissi.»

«E perché?»

«Perché è una facenna senza capo né coda. E a mia le cose che non sono ragionate m’impressionano.

«Non possiamo fare niente, Fazio. Aspettiamo che questo signore finisce di contrarsi e poi vediamo. Ma proprio proprio il pollo non ti piace?

due

Aveva dormito bene, per tutta la nottata una friscanzana leggera e danzante che veniva dalla finestra aperta gli aveva puliziato i purmuna e i sogni. Si susì dal letto, andò in cucina a prepararsi il cafè. Aspittando che colasse, niscì sulla verandina. Il cielo era netto, il mare piatto e come ripassato di colore fresco. Qualichiduno lo salutò da una barca, rispose isando un vrazzo. Ritrasì, versò il cafè in un cicarone da latte, se lo scolò, addrumò la prima sigaretta della jornata senza pinsari a nenti, la terminò, andò sutta la doccia, s’insaponò coscienziosamente. E appena l’ebbe fatto, capitarono due cose nello stesso momento: finì l’acqua del serbatoio e squillò il telefono. Santiando, rischiando di sciddricare a ogni passo per il sapone che gli colava dal corpo, corse all’apparecchio.

«Dotori, lei di pirsona pirsonalmente è?»

«No.»

«Domando pirdonanza, non è con l’abitazione del dotori e comisario Montalbano che io sto per parlando?»

«Sì.»

«E alora chi è che pigliò il posto suo di lui?»

«Arturo sono, il fratello gemello.»

«Davero?!»

«Aspetti che le chiamo Salvo.»

Era meglio babbiare accussì con Catarella piuttosto che farsi il fìcato una pesta per l’improvisa mancanza d’acqua. Tra l’altro il sapone, asciucandosi, principiava a fargli chiurito.

«Pronto, Montalbano sono.»

«La sapi una cosa, dotori? Proprio la stisa pricisa identifica voci di suo fratelo gimelo Arturo tiene!»

«Capita tra gemelli, Catarè. Ma perché parli accusì?»



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