«Acusì comu, dotori?»

«Per esempio, dici dotori invece che dottori.»

«Aieri a sira me lo dise uno milanise di Torino che qua avemo la tinta bitudine di parlari metendoci due cose, come si chiamano, ah ecco, consonatazioni.»

«Vero è. Ma a te che ne fotte, Catarè? Macari I milanesi di Torino fanno gli sbagli loro.»

«Maria santissima, dottori, un piso dal cori mi allevò! Difficile assà mi avveniva di parlari tinendomi accussì!»

«Che volevi dirmi, Catarè?»

«Tilifonò Fazio che mi disse di tilifonarle che hanno sparato al signor Tani. Lui sta per arrivando qua.

« L’hanno ammazzato?»

«Sissi, dottori.»

«E chi è questo Tani?»

«Non ci lo saprei diri, dottori.»

«Dov’è successo?»

«Non lo saccio, dottori.»

In bagno teneva una riserva d’acqua in una tanica. Ne versò la metà nel lavabo, meglio non consumarla tutta, chissà quando si sarebbero degnati di ridarla, l’acqua, a fatica arriniscì a scrostarsi il sapone vetrificato. Lasciò il bagno sporco, una vera fitinzìa, sicuramenti la cammarera Adelina gli avrebbe mandato mortali gastìme e sentiti agùri di mala annata.

Arrivò in commissariato contemporaneamente a Fazio.

«Dov’è avvenuto l’omicidio??»

Fazio lo taliò ammammaloccuto.

«Quale omicidio?»

«Quello di un certo Tani.»

«Gli disse accussì Catarella?»

«Sì.»

Fazio principiò a ridere prima chiano poi sempre più forte. Montalbano si squietò, macari pirchì sentiva un chiurito insistente in quella parte del corpo sulla quale si era assittato per guidare. E non gli pariva cosa decente dare, alla parte, una furiosa grattata. Si vede che non era arrinisciuto a liberarsi di tutto il sapone impiccicato.

«Se vuoi essere così cortese da mettermi a parte…»

«Mi scusasse, dottore, ma è troppo bella! Ma quale Tani e Tani! Io dissi a Catarella di riferirle che avevano ammazzato a un cani!»



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